PROF. CARLO SINI, INTERVENTO PER DIAMO IL LA

Scuola dell’Infanzia, Bastioni di Porta Nuova, Milano – 2016

Vorrei riflettere con voi su due considerazioni generali: la prima è che noi abbiamo un approccio culturalmente sbagliato con la musica, poi che praticamente la musica si fa senza chiacchiere, che sono nocive e allontanano invece di avvicinare; ma se noi guardiamo il problema da un punto di vista culturale, diciamo generale, noi pensiamo che la musica sia una delle arti che ha una sua specificità, una sua tecnica e tutto questo è vero, la si insegna nei conservatori anche nel curriculum scolastico con le altre materie.

Ecco, è una sistemazione della cultura che ha tante ragioni storiche, che si è venuta formando nel corso dei secoli, ma se noi torniamo per esempio al mondo greco del VII° e dell’VIII° secolo A.C., ancora nel V° secolo, non si pensa affatto che la musica sia una disciplina fra le altre, si pensa che la musica sia l’intero della formazione.

Naturalmente, nel V° secolo non si ha della musica la nozione moderna, appunto di una delle arti belle, chiamiamole così, si pensa la musica in una forma integrata, la parola greca musicae non vuol dire solo musica ma vuol dire danza, vuol dire parola cioè poesia e vuol dire canto, suono.

Quindi penso che in una sede come questa sia importante richiamare questo concetto: che la formazione del piccolo essere umano che va educato all’umanità, sia globale e debba partire da un tutto unico, che debba partire dal comportamento, dalla grazia e dal ritmo del comportamento.

Noi siamo lontanissimi dal pensarla così e secondo me sbagliamo profondamente, cioè la cosa che naturalmente noi tendiamo ad insegnare e che poi si fa in casa, per lo più in famiglia, è: “stai composto, non si sta così a tavola, non rispondere alla sorella”, cioè gli stiamo insegnando una capacità musicale di vivere, una grazia, una musicalità, un’armonia, una sensatezza, una compostezza che non vuol dire repressione, tutt’altro, ma la capacità anche di dare sfogo in maniera appunto non disordinata ma ordinata, e la musica è notoriamente l’elemento fondamentale di tutte queste cose, direi che appartiene al discorso parlato, appartiene a come ci alziamo e ci sediamo, insomma una delle prime cose che bisognerebbe fare a scuola sarebbe insegnare: “come cammini, come ti presenti, guardati, osservati come ti siedi, guardati, osserva il tuo corpo”.

E cosa vuol dire osservare il proprio corpo,vuol dire trovare un baricentro intorno al quale si danza, l’essere umano è l’unico essere vivente che danza, a parte le danze di corteggiamento, ma che non sono affatto musicali,  avete presente i cavalli di Vienna ai quali fanno danzare il valzer, povere bestie, è veramente una tortura, ma questa è un’idiozia degli esseri umani.

Quindi, insomma, la musica è la radice da cui è venuto tutto, tutto, capite, e se non si capisce questo non si intende quanto noi siamo ineducati poiché ignari per lo più di musica in questo senso, e per lo più di musica anche in un senso concreto, quindi molto spesso siamo catturati da musiche banali, da musiche volgari, da musiche senza nessuna reale consistenza, una reale consistenza musicale, anche questo succede.

La musica è l’origine di tutto, pensate che 40.000 anni fa in alcuni scavi vicino alle famose grotte di Altamira fra gli scheletri hanno trovato un osso con 4 buchini, quindi 40.000 anni fa i nostri antenati già suonavano e non è che pensavano di fare dell’arte, era molto più importante quello che pensavano di fare con la musica,  perché la musica  aveva  carattere evocativo, aveva carattere magico, aveva carattere organizzativo sociale, era il modo in cui si stava insieme cantando e danzando ma ancora adesso nella ricerca etnografica questo si vede nelle popolazioni cosiddette primitive ma sostanzialmente  per un nostro pregiudizio, sono quelle che sono, ma frequentano la musica mostrandoci chiaramente che per loro la musica è l’origine della cultura, è la Cultura, è cantare, parlare, raccontare, è chiaro che il linguaggio delle origini non è quello di Cicerone, di Demostene o di Platone, il linguaggio delle origini è ritmo, canto, atto dei corpi, come diceva il grande Vico, cioè  danza, movimento.

Noi meridionali infatti molto spesso quando parliamo danziamo con le mani, non ci accontentiamo  di parlare, mimiamo, siamo più istintivi, come si dice.

Ecco, quindi: la musica anzitutto è l’origine della cultura, l’origine della civiltà, l’origine del linguaggio: il linguaggio, per ragioni di comunicazione, diciamo di praticità del messaggio, si è sempre più allontanato dalla musica  ma nondimeno rimane musicale. Io dico musicale, quindi la sto cantando; questa parola, implicitamente è già cantata, la radice della parola è tutta nella musica, la radice dei significati semantici della parola, degli oggetti che la parola dice, sono mimati nella voce perché erano originariamente mimati nel corpo, nel timbro, nel gesto, nell’altezza. Ci sono studi molto interessanti delle varie forme linguistiche del mondo che trovano un’unità in questo, siamo tutti napoletani in origine, nel rapporto con la parola!

Quindi, comprendere che la parola e la musica sono nate insieme e che la parola è ciò che caratterizza l’essere umano e che quindi la cultura dei primordi è cultura musicale e che questo essere nei primordi non ci abbandona mai, continua a essere il sottofondo: quando uno fa una dichiarazione d’amore non manda un messaggio ma fa un canto per come ce la fa, ma è evidente che intona la voce in maniera appassionata, empatica.

Sapere che questo ci accompagna sempre dovrebbe dare alla musica un qualche posto di rilievo nella formazione, un qualche luogo specifico e in qualche modo ce l’ha questo luogo specifico perché viene esclusa… La sua specialità appunto viene riconosciuta in quanto si dice: “vabbè no, la musica no, vabbè la musica non è cultura, è troppo difficile, è troppo tecnica.”

Voi avete di là una stanza dove si dipinge, ma qui non c’è neanche  uno strumento musicale e succede in tutti gli ordini di scuole. (c’è una stanza o un angolo della musica però). E’ normale questo, è normale. Quando ho insegnato educazione musicale alla scuola media il preside mi guardava come un animale strano quando io dicevo: “ma io ho bisogno di un pianoforte”… Eh!  professore…. E quindi avevo il giradischi, che già limita enormemente perché la musica si fa…non è che si ascolta soltanto…

Allora questa specificità della musica io penso che i colleghi di Reggio Emilia in qualche modo la ripropongano con questo intento di  una globalità originaria e fondamentale che ci accompagna in una forma ormai molto, come dire, allontanata dal centro e che forse va riportata al centro e questo indubbiamente è il primo elemento importante che dà senso al vostro lavoro e che nello stesso tempo io credo spieghi le difficoltà per tutti noi del vostro lavoro, perché non siamo stati educati così, non siamo stati educati a pensare che l’origine di tutte le nostre forme culturali ha nella danza, nel ritmo, nella musica greca il suo primo stato di origine.

E l’altro elemento fondamentale, che non è proprio solo della musica ma certamente la musica lo incarna in maniera molto evidente, è che, come succede nelle arti ma nella musica in modo particolare, l’arte si fa, non si chiacchiera. Noi abbiamo una ipercultura intellettualistica sulle arti.

È verissimo che un critico d’arte mi fa vedere in un quadro quello che io da solo, ignorante, non vedrei e quindi è certamente utile la sua funzione, però immaginare che i quadri siano stati dipinti per fare storia dell’arte, questo è cretino: Caravaggio non voleva stare nella storia dell’arte come Platone non voleva stare nella storia della filosofia e Schumann non voleva stare nella storia della musica, cioè queste attività hanno a che fare con la vita politica, sociale, con la vita individuale, concreta, con la vita collettiva concreta.

E se non si capisce questo si impartiscono ai nostri studenti e ai nostri discenti di qualunque età nozioni molto astratte, nozioni  come quelle  che si trovano all’edicola: adesso all’edicola c’è tutto Beethoven, benissimo, non è che questo vada male, ma l’approccio giusto è quello aristocratico di un tempo, aristocratico perché erano pochi quelli che avevano le condizioni economiche per poterselo permettere, in cui uno diceva: io compro quello che mi piace, io ascolto quello che mi piace, io leggo quello che mi piace, cioè aveva fiducia in sé, era lui che decideva, sulla base della sua cultura che cosa è buono e che cosa no, adesso invece noi abbiamo bisogno di uno che ce lo spiega. La cosa più sbagliata è di spiegare come uno deve ascoltare Beethoven, intanto ascoltalo, poi vediamo come va, poi cerchiamo di darti delle notizie, delle notizie, non delle valutazioni. Non esiste la possibilità di sostituire la pratica diretta dell’arte, delle attività artistiche con una chiacchiera, con un discorso su, il quale certamente va accolto, è una cosa importante, è un complemento, ma la prima cosa è fare, la prima cosa prima di sapere se sappiamo guardare un dipinto, è di guardare, (poi naturalmente ci possono insegnare come si guarda), è tutto giusto, ma niente è sostituibile come ad avere una matita in mano.

Io ricordo un mio amico che era un pittore astratto, avemmo una discussione vivace perché io gli dissi che quella roba lì la sapevo fare anch’io e lui mi disse: “falla!” E fu un disastro, in cui mi impartì una lezione di modestia, perché questa è la verità, io non lo capivo, non ci entravo dentro, non avevo fatto il cammino forse per arrivare a capirlo, però mi resi conto che le cose che a me sembravano a caso, erano molto difficili da fare, erano una costruzione e imparai che prima di criticare, prova a farlo. Ora con la musica, questo è di straordinaria importanza, perché la musica poi è un piacere straordinario, è ovvio, è proprio legata all’emotività, al movimento, alla passione, al sentimento, come diceva Schopenauer “il linguaggio della musica parla la lingua del mondo, parla la lingua della passione”, ma in più con una cosa che è propria della musica, del canto, della danza,non a caso i greci le tenevano insieme ed è l’elemento educativo sociale, ma questo l’avrete già tutte quante capite molto bene: non c’è niente come la musica per insegnare ad un bambino che si deve andare insieme, che si comincia insieme  e si finisce insieme e che ci si deve ascoltare, e che ci si deve rispettare, e che si deve sapere quando tocca a me e quando tocca a te, quando sono io che sono importante e quando sei tu che sei importante e io ti devo servire come tu servi me. Io non so immaginare una attività più educativa sul piano morale, sociale, politico, più integrativa delle forze sociali che sono alla base della convivenza umana, quindi senza tanti discorsi, senza tante lezioni di morale, una lezione di musica insieme è il non plus ultra.

Voi lo sapete benissimo e penso che sia noto a tutti che sono state costituite nell’America latina intere orchestre di ragazzini presi per la strada, ragazzini perduti, ragazzini che sarebbero finiti nella malavita, salvati dalla musica, insegnando loro attraverso la musica l’amore degli strumenti, del suono, della tradizione, ma soprattutto del fare la cosa insieme dove lì c’è già una regola che è nella cosa, non è nella nostra testa, è la cosa che vuole la regola, devi fare così se no non si arriva da nessuna parte. Ecco io ho sentito queste orchestre, so che alcuni nostri grandi direttori andavano a dirigerle gratis, Claudio Abbado andava gratis, si è messo a piangere una volta.

Ecco questo aver tolto dalla scuola questo insegnamento, che è semplicemente l’insegnamento della musica corale, pensate a cosa non hanno fatto con la sola voce nel ‘500 nel ‘400, tutta la nostra grande tradizione religiosa, ecco, avere tolto questa esperienza dalla scuola dove sappiamo bene che mano a mano che i bambini crescono e diventano ragazzini ci sono minacce, pericoli, problemi di ogni genere che la scuola affronta in prima battuta, sono proprio in trincea i nostri insegnanti, sono  degli eroi in trincea in molti casi, ecco aver tolto questo o non aver previsto questo, mi sembra di una stupidità inconcepibile, incredibile, con tanti ministri della pubblica istruzione non ce n’è stato uno che abbia immaginato questo, che abbia sentito dire questo o che abbia tenuto conto di questo cercando una riforma, una trasformazione.

Nessuno che abbia detto ma quale è il fuoco di tutto ciò,  dov’è il centro della scuola, il centro vivente della scuola, dov’è il luogo nel quale  tutta la scuola si trova insieme, vedete questo in altri paesi si fa, in Germania questo c’è, c’è l’orchestra della scuola, il coro della scuola che raccoglie finalmente tutte le personalità, le mette tutte insieme, adesso un po’si fa nella scuola, in qualche scuola media fanno una specie di orchestra e fanno una specie di saggio finale. Almeno lì c’è una idea: ritroviamoci tutti insieme per fare musica, che è poi quello che i ragazzi fanno spontaneamente, quando sono lasciati a loro stessi.

Ecco, io direi che è questa la prospettiva dalla quale partire, mi piacerebbe sapere cosa ne pensano i competenti di Reggio Emilia, come vedono la cosa, ma penso non molto lontana da questa visione globale, che lì si parte dalla globalità e poi si va sullo specifico. È una buona idea, è molto difficile da fare perché è chiaro che noi nella scuola dobbiamo trasmettere…

Intervento della responsabile delle due prima scuole dell’infanzia: “Ho spiegato la difficoltà che abbiamo avuto inizialmente perché i formatori di Reggio Children sono dei formatori un po’ diversi, diciamo, dai formatori che abbiamo avuto con i quali ci siamo sempre confrontati, dove ci insegnano più come fare, ci spiegano e poi ci dicono: andiamo avanti per processi, loro partono da un metodo più globale…”

Certo, naturalmente il metodo globale è bellissimo per tante ragioni, io lo sto praticamente difendendo ma non mi nascondo le difficoltà, noi abbiamo anche il bisogno di trasmettere una cultura ricca, ampia, articolata, cioè questi ragazzini devono andare molto avanti nella conoscenza e come fare a contemperare queste due esigenze è molto complicato, è  molto difficile, c’è una riflessione che dobbiamo fare tutti,

Colmegno  diceva: “insegnare tutto a tutti a diversi livelli, a diversi cicli’, sì, se la faceva facile, nel ‘600 si poteva, nel 2000 non si può più, nel 3000 figuriamoci, cioè come facciamo a trasmettere le nozioni indispensabili per un uomo di oggi e come facciamo però nello stesso tempo a dargli una formazione, è l’eterno problema: formazione/informazione.

Io credo comunque che dobbiamo ritagliare nella scuola uno spazio al momento della socialità comune, e il momento della socialità comune è la musica, non saprei trovare altro: la musica, il teatro, ma siamo sempre nelle arti dinamiche che hanno la loro unità nel ritmo, nel gesto, nel suono, nel canto, nella performance, ecco, credo che creare questo cuore nuovo dentro la scuola a tutti i livelli sarebbe una impresa notevolissima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA MUSICA È UN GIOCO DA BAMBINI

musicagiocobambiniL’ipotesi centrale di questo libro di François Delalande è molto chiara: il bambino, sin dai primi mesi di vita, gioca con i suoni e questa attività va sottratta alla sfera del “rumore” per essere invece pienamente valorizzata come musica. Questo assunto prefigura un profondo cambiamento della concezione dell’educazione musicale e del ruolo dell’educatore. Infatti quest’ultimo non deve iniziare il bambino a un sistema musicale dato, bensì affiancarlo nella scoperta dei suoni e delle loro possibilità espressive, risvegliando e attivando motivazioni, attitudini e condotte musicali. Un testo che pone la pedagogia della musica al centro di una riflessione che guarda alla psicologia, all’antropologia della musica e alle esperienze della musica contemporanea.

Un libro particolarmente utile agli educatori musicali ma certamente anche a chi cerca nuovi modelli di interpretazione dei comportamenti musicali adulti, che possono essere meglio compresi attraverso l’analisi del gioco sonoro dei bambini.